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Ventimila persone su più di mille navi cariche di petrolio, gas e merci assortite, sono ferme dentro un Golfo Persico che da quasi cinquanta giorni è diventato la più grande trappola d'acqua dell’epoca moderna. Noi le guardiamo da fuori, dalle quotazioni del greggio e dai comunicati dei governi. Loro sono là dentro, inchiodati da quelle 21 miglia di mare dello Stretto di Hormuz, e la storia che raccontano ha sfumature ben diverse da quella ufficiale. Il capitano Raman Kapoor, quarantatré anni, indiano, parla il 14 aprile da qualche parte nel Golfo senza voler rivelare né il nome della petroliera che comanda né la posizione esatta, per ovvi motivi di sicurezza. In un'intervista a Bloomberg TV usa una formula che si può prendere anche alla lettera. “L'incertezza ci sta uccidendo”. Da un lato l'Iran, che dice di chiudere lo Stretto ma poi concede passaggi selettivi — alle navi cinesi, poi a quelle indiane, poi alle filippine, con logiche che cambiano di settimana in settimana – e infine annuncia la presenza delle mine. Dall'altro, gli Stati Uniti, che annunciano un blocco navale su tutti i vascelli diretti ai porti iraniani ma lasciano intendere che il transito tra porti non iraniani dovrebbe restare libero, salvo poi non garantirlo nella pratica. L’articolo completo di Francesco Manacorda su Repubblica #rep
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